Lab Internazionale della Comunicazione

LA VERA STORIA DEL GAMAJUN

Gamajun

GAMAJUN SIMBOLO DEL LAB

Possiamo cominciare davvero nel modo classico.

C'era una volta il Gamajun.

Vi chiederete: “chi è mai?” Il Gamajun era una creatura alata, figlia dell'aria e di terre lontane, molto,molto più in là degli Urali, verso i mari caldi del Pacifico.

Viveva, il Gamajun, da animale favoloso. Come ogni animale favoloso, custodiva un tesoro maestoso. Viveva da spirito libero dell'aria. Era capace di ascendere al cielo, di comunicare con gli dei e di entrare in uno stato superiore di conoscenza. Portava dentro di sé una grande immaginazione e una straordinaria potenza di pensiero.

Il Gamajun aveva imparato, da piccolo, il difficile mestiere di viaggiare. Era “il viaggiatore col vento”.

Era solito viaggiare nei paesi d’oriente. Era abituato ad attraversare le frontiere per arrivare nelle terre d’occidente portando con sé un doppio messaggio, di rivoluzione di pace.

La rivoluzione è una opera buona di gente buona. Una gente che sa ascoltare la pace. La pace non è, assicura il Gamajun, una mancanza di guerra. È, invece, una virtù, uno stato d’animo, un’attitudine gagliarda. La pace è predisposizione alla benevolenza e alla giustizia.

Del Gamajun si parla ancora oggi nei paesi dove si è fermato a parlare di rivoluzione e di pace.

C’è poi un’altra storia, quella di un direttore del Lab che nel 1980 stava compiendo una sua ricerca nella biblioteca nazionale di Parigi.

Proprio nei luoghi dove si custodisce la sapienza secolare degli uomini, è possibile imbattersi in qualcosa che non si sta cercando. E che improvvisamente assume un senso particolare per qualcosa d’altro che sta a cuore.

Questa parola è serendipità. Bisogna sapere che Serendip è il nome antico dell’isola Ceylon. A Ceylon, si dice da sempre, certi suoi talentuosi e fortunati abitanti, sono particolarmente abili a scoprire, per caso o per sagacia, cose mai cercate, o impreviste.

Avvenne così che il direttore del Lab trovasse nell’archivio di questa biblioteca una antica stampa ottocentesca che si riferisce alla tradizione della letteratura popolare russa. Rappresentava un volatile cicciotto, denominato Gamajun. Era un uccello col volto di donna russa ben paffuta e con una corona in testa.

Qualche anno dopo, proprio nel 1989, a Mosca, in un certo negozio periferico di artigianato popolare, il direttore poteva alfine mettere mano sulla versione aggiornata e ben laccata dell’icona-Gamajun.

Quel direttore decise che sarebbe diventato il logo del Lab. Il volo del Gamajun rappresentava bene la filosofia del viaggiare “col vento”, dell’incontro tra culture, raffigurava la forza utopica che fronteggia e compone le differenze, senza far torto alla singolarità.

Venne deciso di sostituire il profilo tipicamente russo, “letterario” e popolare del Gamajun con il volto mitteleuropeo di Marlene Dietrich, musa del cinema e della comunicazione elettronica. È la conciliazione dell’immaginario letterario con l’immaginario visivo.

Va detto che sulla rappresentazione iconica del Gamajun ha lavorato più di un artista, dal pittore goriziano Dugo, fino al nostro Ugo Pierri, triestino. Anche Aleksandr Aleksandrovic’ Blok, massimo poeta del simbolismo russo gli ha dedicato un’appassionatissima lirica.

È questa la favola breve del Gamajun, che dal 1980 è diventato il logo del Laboratorio. Nel corso del tempo, parecchie università del mondo, gli istituti italiani di cultura, le istituzioni pubbliche regionali, provinciali e comunali, i gemonesi e infine i giovani studiosi, che ogni anno giungono al Laboratorio, hanno imparato a riconoscerlo. E ora a conoscerlo, soprattutto attraverso la Gazzetta del Gamajun, e il premio Gamajun International Award.

Da allora il Gamajun vola alto. Spiega le ali per rappresentare in modo perentorio la commistione dei linguaggi, il legame tra parola scritta e parola visiva, la connessione tra musica, arti tradizionali e nuovi media, tra segno maschile e segno femminile.